Fastidi educativi

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Spesso nello svolgere il mio lavoro, mi ritrovo a confrontarmi e a dibattere sui temi e sui luoghi che caratterizzano gli interventi, i servizi ed i progetti sociali ed educativi. Spesso, molto spesso, rimango perplesso e deluso dal livello di analisi e dalle letture che incontro e che trovo “povere” e farcite di stereotipi di ogni sorta, che mostrano in modo inequivocabile un basso livello di passione più che di preparazione. Questi incontri e di conseguenza questi professionisti mi infastidiscono. Provo un vero fastidio che a volte si trasforma in rabbia, altre in delusione, altre in rassegnazione per un mondo, quello del sociale e dell’educazione, sempre meno appassionato e vitale.

Poi, per caso, incrocio la presentazione on line del libro “Amore e matematica”, il saggio di Edward Frenkel, matematico di origine russa e professore alla University of California di Berkeley. Che inizia così: «Esiste un mondo segreto, un universo parallelo fatto di eleganza e bellezza, intrecciato in modi complessi con il nostro. È il mondo della matematica, invisibile alla maggior parte di noi».

Se l’esperienza del «fare matematica» è spesso rappresentata nell’oscillazione tra l’ispirazione mistica dell’eureka e la freddezza del calcolo da computer, «per me – spiega Frenkel – rappresenta, invece, la possibilità di restare innamorato. Lo racconto nel libro: la prima volta che risolsi un vero problema fu un attimo che ricorderò e avrò caro per sempre. Fu una sensazione incredibile di ebbrezza: per la prima volta in vita mia possedevo qualcosa che non aveva nessun altro al mondo. Potevo dire qualcosa di nuovo sull’Universo. Penso che per fare il matematico non sia necessario essere strambi o degli “sfigati” – aggiunge -. Penso invece che sia un bellissimo lavoro che richiede tanta passione e tanta dedizione, ma che è in grado di ripagarci con sensazioni uniche e profonde. È nostro dovere opporci all’iconografia più frusta e scorretta che riguarda noi matematici».

Poche righe (il libro mi riprometto di cercarlo e leggerlo al più presto) che mi fanno pensare che è un dovere anche per le professioni del sociale opporsi all’iconografia più frustra e scorretta che riguarda noi, il nostro mondo professionale e le persone di cui ci occupiamo. Una fatica richiesta, che la passione e la curiosità scientifica attenuano nel ricomprenderla tra gli oggetti d’amore e non solo professionali e che spesso invece si cerca di attenuare ricorrendo e poggiandosi su stereotipi che offrono il valore aggiunto del “già comprensibile” ai più.

Occorre probabilmente riflettere in modo serio sull’attualità degli stereotipi per interrogarli e pensare che spesso i “miti” sono tali per essere smitizzati. I cambiamenti e le trasformazioni sociali gettano nuova luce sugli stereotipi ancora oggi presenti, costringendo il mondo sociale ed educativo ad interrogarsi sulla propria esperienza per connetterla con i contesti che abita e le storie che incontra.  Il rischio che corriamo è quello di aderire ad una spinta omologante che nasce da stereotipi e miti educativi  appartenenti ormai a pieno titolo alla riflessione pedagogica. Si perde dunque di vista ciò che i contesti e gli incontri offrono, non solo come espressione sociale, ma anche come espressione culturale ed educativa innovatrice.

Rispetto a questo movimento intenzionale e concettuale delle esperienze educative, a fronte della fatica e delle resistenze intellettuali degli operatori, mi piace citare e ricordare un passaggio della prefazione di Riccardo Massa nel testo Miti d’oggi in educazione (di Paolo Mottana) dove l’autore definisce in modo molto chiaro – all’interno della clinica della formazione come elaborazione critica del campo pedagogico – la difficoltà a “trovare nelle forme culturali in cui viviamo un discorso che sia più esposto al rischio del dogmatismo, della settorialità e della superficialità di quello sulla formazione e sull’educazione dei bambini, dei giovani e degli adulti”

Che dire… se la passione è contagiosa abbiamo buone possibilità.

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