#lavorobenfatto

Incontro dal sapore Hip Hop

E’ la storia di un ragazzino di periferia cresciuto all’interno di quella che viene definita “cultura hip hop”, un contesto culturale divenuto fin da subito un riferimento, fatto di colonne sonore Rap, di breack-dance di skateboard e di ciò che da subito è diventata una forma espressiva per lui importante: il writing.
Ci si esercitava su blocchi bianchi realizzando bozzetti, lettering e prove colore fino ad arrivare alle prime uscite, gli spray, i primi muri, i treni. Un contenitore di creatività all’interno del quale ognuno era alla ricerca della propria cifra stilistica, di una riconoscibilità delle forme e del tratto che superasse l’anonimato della firma, o meglio della tag. Chi eri passava in secondo piano, soppiantato dalla ricerca di un’identità collettiva, conquistata sul campo con fatica e perseveranza, alla ricerca di una seconda nascita, artistica, dove la potenza del gesto sovrastava le parole per raccontarlo. Non era necessario.
La dimensione collettiva e sociale prendeva la forma della crew, una seconda famiglia, dove si incontravano stili, sensibilità e tecniche differenti. Spesso si incontravano anche per la realizzazione di un “pezzo” comune, in due sullo stesso muro, con un progetto di massima, un bozzetto e un’idea di fondo condivisa, ognuno con il proprio stile di riferimento, le proprie competenze tecniche e le scale cromatiche preferite. Insieme alla ricerca di un equilibrio estetico, perché è questo che fa la differenza tra un “pezzo” e un “pezzo ben fatto”, l’equilibrio.
Un equilibrio complesso, fatto di forme, colori, accostamenti, proporzioni e dinamiche che devono appagare l’occhio nel loro insieme, che richiedono una giusta distanza ma non la esigono. Non è spiegabile razionalmente, non ci sono leggi cromatiche o tecniche che possano garantire questo risultato, è cosi, si percepisce, è una sensazione.
E’ quella sensazione che ti fa guardare il tuo collega a fine lavoro e che fa dire all’unisono “è un lavoro ben fatto”. Ricordo ancora la sensazione di soddisfazione che prendeva forma in quello scambio di sguardi di fronte al pezzo finito. Era la soddisfazione di aver trovato un equilibrio in quell’incontro stilistico che, spesso inizialmente, non prometteva nulla di buono. Un lavoro ben fatto è quello che parla di un incontro, quello che muove da un pensiero divenuto progetto, quello che esibisce un prodotto riconoscibile senza essere didascalico, quello potente nel suo essere delicato.
Aver condiviso inizialmente la scelta del muro, lo sfondo, il tema grafico e magari anche i colori per le campiture base era la garanzia sufficiente per incontrarsi e portare il quel gesto la propria cifra stilistica e il proprio modo di intendere il writing. Forme, colori, sfumature e tecniche trovavano sempre un punto di sintesi in ciò che in gergo tecnico veniva chiamato “passepartout”, quelle colorazioni o grafiche che attraversavano i confini delle lettere e delle campiture per armonizzare il tutto, fondendo i mondi cromatici ed estetici differenti di cui eravamo portatori.
Scegliere il passepartout non era semplice, era l’elemento da condividere in itinere durante il lavoro, difficilmente si poteva decidere prima in quanto necessitava dell’esperienza diretta, era il filo conduttore di quell’esperienza, la “chiave” di volta dell’incontro a garanzia del fluire di entità distinte verso un equilibrio sostanziale e appagante.
Oggi, a distanza di più di vent’anni, quel ragazzino è  dedito alla formazione universitaria e alla consulenza pedagogica ma nutre ancora un legame profondo con la cultura hip hop, che rimane la sua colonna sonora e per la quale nutre una sana riconoscenza.
Da poco più di due anni ha accettato una nuova sfida professionale all’interno di una Fondazione come responsabile di un progetto sociale di contrasto alle nuove povertà che nei primi due anni di vita ha intercettato più di quattromila persone.
Una sfida importante, una responsabilità importante. Un percorso da costruire che trova origine all’interno di un incontro; un incontro dal sapore hip hop, alla ricerca di quell’equilibrio sostanziale e appagante.
Quello che fino ad allora sostava dentro i confini della riflessione teorica, ha preso forma ed è entrato a far parte della mia quotidianità professionale: l’incontro con il mondo profit. Parlo dell’incontro tra professionisti, provenienti da formazioni, esperienze professionali e contesti imprenditoriali estremamente diversi che  si trovano a lavorare fianco a fianco all’interno di un progetto sociale complesso. Forma-mentis che utilizzano linguaggi e lenti differenti per osservare e leggere il mondo e che oggi devono condividere un oggetto di lavoro comune, all’interno di un orizzonte di senso condiviso.
Beh, questo incontro ha generato spesso, anche in modo inaspettato, l’affermazione congiunta “un lavoro ben fatto”. La continua ricerca di “passepartout” in grado di connettere esperienze e differenti ha generato un prodotto meticcio in equilibrio tra visioni diverse, in grado di rispondere in modo nuovo e innovativo a bisogni sempre più complessi.
Parlare di incontro tra mondo profit e no-profit, utilizzando come analogia la cultura hip hop, potrebbe sembrare una forzatura e soprattutto una semplificazione eccessiva e probabilmente lo è. Rimango però convinto che quel mondo culturale abbia qualcosa da dire sul tema “dell’incontro” in quanto si tratta di un movimento che “non” ha fondato il suo rapporto con il mondo su di una domanda. E’ uno dei movimenti culturali tra i meno rivendicativi, anzi ha fondato la sua essenza sulla propositività, cioè sul proporre un nuovo modo di incontrare l’altro, fatto di forme espressive e di gesti inattesi e inaspettati come per il writing. Un movimento che non mette l’attenzione sulla “domanda” e quindi sulla rivendicazione, ma la mette sul “gesto”, sulla potenza del gesto. Forse l’incontro tra mondo profit e no-profit dovrebbe attestarsi su questa dimensione esperienziale, meno rivendicativa e più orientata al gesto, che spesso è un incontro, perché sono convinto che parlare di due mondi professionali e imprenditoriali, codificati e separati da un “no” (profit e no-profit), come entità monolitiche alla disperata ricerca di qualcosa l’uno dall’altro, sia uno sguardo troppo parziale e superato nei fatti dalla necessità di un’analisi differente, che guardi al gesto dell’incontro, sempre diverso e unico, come possibilità di imparare e crescere.

Christian – Sguardiper

Racconto all’interno di:

IL POMERIGGIO E LA NOTTE DEL LAVORO NARRATO
28 aprile 2017 a Milano

Un #ebook in formato pdf in cui trovate le storie dei 13 relatori intervenuti, alcune riflessioni nate dall’incontro milanese e il contributo di Vincenzo Moretti, ideatore e coordinatore dell’iniziativa nazionale. Storie di #lavorobenfatto nei servizi educativi e sociali ed esperienze innovative tra profit e no profit.

Associazione Metas

http://associazionemetas.it/wp-content/uploads/2017/06/ebook-pomeriggio-e-notte-lavoro-narrato-milano-2017.pdf

 

 

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