… potevano essere Charlie.

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Ho lasciato passare qualche tempo…

Dopo la tragedia che ha colpito Charlie Hebdo, ho letto un’infinità di commenti, analisi, suggestioni e riflessioni di persone comuni, di persone pubbliche, di politici, di esperti e di amici sui social. Devo ammetterlo, io non ho avuto il coraggio di scrivere nulla sulla vicenda e, per dirla tutta, mi sarebbe piaciuto che il coraggio fosse mancato anche a tanti altri, perché francamente ho letto cose che mi sarebbe piaciuto evitare di leggere. Oltre alle riflessioni becere dei benpensanti, politici faziosi e strumentalizzatori di professione che non vedono al di la del proprio naso, ho provato in alcuni casi sgomento per posizioni e reazioni di amici e conoscenti sui social, lo sgomento e lo stupore per veri e propri insospettabili del pensiero “povero” come, di contro, mi hanno stupito in positivo alcuni interventi. Ci sta, le reazioni a caldo e il turbinio di emozioni che un fatto come quello di Parigi provoca non sono sempre controllabili, tanto che risultano comprensibili alcune attenuanti di un pensiero che si percepisce essere “sincero”, a differenza di quello dei soliti noti personaggi “verdi” (e non solo) che vedono in una macabra situazione l’occasione di proselitismi. Non che gli stimoli mancassero appunto, ma ho fatto fatica a trovare il bandolo della matassa di una reazione collettiva ad una tragedia di tali proporzioni dal punto di vista simbolico, tragedia che ha sconvolto e messo a dura prova (purtroppo, forse temporaneamente) un’intero sistema di pensiero a partire dall’attacco alla oramai famosa “libertà di espressione”. Non sono interessato ad entrare nel merito di quanta retorica e paradossale demagogia si sono accompagnati molti dei commenti e dei commentatori, scomodando i concetti di libertà di espressione, scontro di civiltà o di guerra di religione, come se oggi i termini “libertà”, “civiltà” e “religiosità” avessero una legittimazione etica fondata. Non ne sono convinto fino in fondo e forse per  questo motivo, per questo dubbio che mi accompagna, non ho mai scritto e non mi sono mai sentito di scrivere e postare sui social il famoso “Io sono Charlie”. Non mi è venuto naturale, qualcosa mi ha mosso verso pensieri e stati d’animo diversi, complice la mia professione che mi orienta da sempre verso sguardi particolari e pedagogicamente orientati, il tema educativo e sociale diviene spesso una lente inaspettata che mi offre prospettive sul mondo che il più delle volte fatico addirittura a comunicare (come in questo caso probabilmente), per la loro natura aperta e non risolutiva, che ha la caratteristica di offrire più domande che risposte, più dubbi che certezze, più vergogna che rabbia.

Ero fermo su questi pensieri, fermo e in ascolto di tutto ciò che a livello mondiale questo episodio ha “mosso”, quando ieri un collega mi fa notare questa lettera pubblicata in rete scritta da tre insegnanti di Seine-Saint-Denis, la periferia di Parigi di cui sentiamo parlare solo quando la disperazione brucia le automobili. Una lettera (qui la versione originale non tradotta) che ha dato forma e voce a parte della confusione generata dalle personali  riflessioni di questi giorni. Certo, forse anche questo scritto non è  esente da un certo grado di retorica, ma poco importa, è importante per lo sguardo che offre, per ciò che provoca e per il fatto che la lettera è stata scritta da tre educatori a partire dalla loro esperienza di “insegnanti”. Scritto molto stimolante, di cui consiglio vivamente la lettura.

Io personalmente l’ho letta e ho immediatamente pensato:  si, “io sono Charlie” e loro, i terroristi dell’attacco, “potevano esserlo”.

“Siamo professori di Seine-Saint-Denis. Intellettuali, scienziati, adulti, libertari, abbiamo imparato a fare a meno di Dio e a detestare il potere e il suo godimento perverso. Non abbiamo altro maestro all’infuori del sapere. Questo discorso ci rassicura, a causa della sua ipotetica coerenza razionale, e il nostro status sociale lo legittima. Quelli di Charlie Hebdo ci facevano ridere; condividevamo i loro valori. In questo, l’attentato ci colpisce. Anche se alcuni di noi non hanno mai avuto il coraggio di tanta insolenza, noi siamo feriti. Noi siamo Charlie per questo.
Ma facciamo lo sforzo di un cambio di punto di vista, e proviamo a guardarci come ci guardano i nostri studenti. Siamo ben vestiti, ben curati, indossiamo scarpe comode, siamo al di là di quelle contingenze materiali che fanno sì che noi non sbaviamo sugli oggetti di consumo che fanno sognare i nostri studenti: se non li possediamo è forse anche perché potremmo avere i mezzi per possederli. Andiamo in vacanza, viviamo in mezzo ai libri, frequentiamo persone cortesi e raffinate, eleganti e colte. Consideriamo un dato acquisito che La libertà che guida il popolo e Candido fanno parte del patrimonio dell’umanità. Ci direte che l’universale è di diritto e non di fatto e che molti abitanti del pianeta non conoscono Voltaire? Che banda di ignoranti… E’ tempo che entrino nella Storia: il discorso di Dakar ha già spiegato loro. Per quanto riguarda coloro che vengono da altrove e vivono tra noi, che tacciano e obbediscano.
Se i crimini perpetrati da questi assassini sono odiosi, ciò che è terribile è che essi parlano francese, con l’accento dei giovani di periferia. Questi due assassini sono come i nostri studenti. Il trauma, per noi, sta anche nel sentire quella voce, quell’accento, quelle parole. Ecco cosa ci ha fatti sentire responsabili. Ovviamente, non noi personalmente: ecco cosa diranno i nostri amici che ammirano il nostro impegno quotidiano. Ma che nessuno qui venga a dirci che con tutto quello che facciamo siamo sdoganati da questa responsabilità. Noi, cioè i funzionari di uno Stato inadempiente, noi, i professori di una scuola che ha lasciato quei due e molti altri ai lati della strada dei valori repubblicani, noi, cittadini francesi che passiamo il tempo a lamentarci dell’aumento delle tasse, noi contribuenti che approfittiamo di ogni scudo fiscale quando possiamo, noi che abbiamo lasciato l’individuo vincere sul collettivo, noi che non facciamo politica o prendiamo in giro coloro che la fanno, ecc. : noi siamo responsabili di questa situazione.
Quelli di Charlie Hebdo erano i nostri fratelli: li piangiamo come tali. I loro assassini erano orfani, in affidamento: pupilli della nazione, figli di Francia. I nostri figli hanno quindi ucciso i nostri fratelli. Tragedia. In qualsiasi cultura questo provoca quel sentimento che non è mai evocato da qualche giorno: la vergogna.
Allora, noi diciamo la nostra vergogna. Vergogna e collera: ecco una situazione psicologica ben più scomoda che il dolore e la rabbia. Se proviamo dolore e rabbia possiamo accusare gli altri. Ma come fare quando si prova vergogna e si è in collera verso gli assassini, ma anche verso se stessi?
Nessuno, nei media, parla di questa vergogna. Nessuno sembra volersene assumere la responsabilità. Quella di uno Stato che lascia degli imbecilli e degli psicotici marcire in prigione e diventare il giocattolo di manipolatori perversi, quella di una scuola che viene privata di mezzi e di sostegno, quella di una politica urbanistica che rinchiude gli schiavi (senza documenti, senza tessera elettorale, senza nome, senza denti) in cloache di periferia. Quella di una classe politica che non ha capito che la virtù si insegna solo attraverso l’esempio.
Intellettuali, pensatori, universitari, artisti, giornalisti: abbiamo visto morire uomini che erano dei nostri. Quelli che li hanno uccisi sono figli della Francia. Allora, apriamo gli occhi sulla situazione, per capire come siamo arrivati qua, per agire e costruire una società laica e colta, più giusta, più libera, più uguale, più fraterna.
« Nous sommes Charlie », possiamo appuntarci sul risvolto della giacca. Ma affermare solidarietà alle vittime non ci esenterà della responsabilità collettiva di questo delitto. Noi siamo anche i genitori dei tre assassini.”
Catherine Robert, Isabelle Richer, Valérie Louys et Damien Boussard

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