Tunnel pedagogici: lo sfogo.

Addii 2 (p)

Ultimamente mi è capitato più volte e in diversi ambiti lavorativi (Progetto Giovani e Università) di sentire la necessità di sostenere, o peggio difendere, un sapere (e un ruolo professionale) a cui appartengo e che con fatica e passione cerco quotidianamente di costruire ed alimentare: quello educativo e pedagogico. Da qualche tempo però sto facendo fatica a trattenermi, sento la necessità di uno sfogo. Uno sfogo di quelli che, sei consapevole, servono a poco perché servono a te, senza nessuna velleità scientifica o di altro genere. Come spesso accade, la scintilla che li accende è inaspettata, solo funzionale e strumentale al  bisogno liberatorio. Quella che a me solitamente fa dire… “ma cazzo!”

Qualche tempo fa sono stato ad un convegno, tema ovviamente inerente al nostro lavoro, ho visto alternarsi alla parola importanti esperti presentati con “il Dottor tal dei tali”, il “Professore tal dei tali”, “lo Specialista tal dei tali” e poi, in ultimo “Paolo”. Paolo??? Ma chi è questo Paolo? Paolo è un educatore, laureato con un master al suo attivo e dedito 38 ore alla settimana a praticare educazione a contatto con l’utenza oggetto del seminario. Mi sarei aspettato un tappeto rosso e un silenzio d’attesa paragonabile all’arrivo di un regista alla prima del suo ultimo film. Invece lo spazio dedicato è stato quello che si dedica alla comparsa con ancora in mano il cestino del pranzo. In ultimo, sul tempo rimasto… Paolo. E’ in quel momento che ho pensato: “Ma cazzo!”, perché? E il mio pensiero è andato subito a moltiplicare le domande che da tempo covavo, ampliandole e innescando un vortice di riflessioni a caldo che hanno dato origine alla necessità di esternare in qualche modo i miei pensieri a riguardo; la necessità di uno sfogo appunto.

Mi chiedo: chi parla oggi di educazione? Chi rappresenta il pensiero educativo? Chi rappresenta gli educatori, i pedagogisti e i consulenti pedagogici?… Tutti!

Tutti tranne chi l’educazione la pratica e la vive quotidianamente all’interno di esperienze professionali. Lo so, sto esagerando, ma lo faccio consapevolmente, sfruttando la categoria degli “Sfoghi” che ti permettono qualche forzatura in virtù dell’impeto e di quel briciolo di irrazionalità che puoi concederti. Infatti, ovviamente, sono consapevole dell’esistenza di esperienze che vanno nella direzione opposta, le conosco e le apprezzo come spesso  conosco e apprezzo chi le ha pensate, ideate, progettate e con impegno le mantiene vive. E’ il caso di Snodi Pedagogici – e di tutti i blogger che afferiscono a questa esperienza di condivisione di un pensiero on-line e non solo – che da forma e sostanza ad un bisogno troppo spesso dimenticato, relegato alla categoria del “lusso” e soprattutto ad una responsabilità disattesa. La responsabilità dei professionisti dell’educazione. Responsabilità..  di questo  si sta parlando.  E’ una responsabilità professionale per chi si occupa di educazione alimentare il dibattito intorno ai temi educativi e pedagogici? E’ una responsabilità professionale per chi si occupa di educazione contribuire alla crescita di un pensiero scientifico specifico? E’ una responsabilità professionale per chi si occupa di educazione definire il proprio oggetto di studio e di lavoro? E’ una responsabilità professionale saperlo nominare? E’ una responsabilità professionale trovare le forme per comunicarlo e farlo incontrare con altre discipline? E’ una responsabilità professionale rappresentare la propria professione e la propria responsabilità? Io credo di si.

Un professionista è colui che “professa” in modo pubblico le sue responsabilità; al mondo, non solo al proprio committente, utente, territorio o ente gestore. Al mondo. E non solo deve farlo, ma deve trovare le forme e i canali più adatti per farlo, attivando processi partecipati che superino le nicchie ideologiche, accademiche o d’ambito perché stiamo parlando di educazione, di scienza dell’educazione e scienza pedagogica.

E basta con la questione del “sapere debole”, il nostro sapere non è debole, è debole il modo in cui viene rappresentato, sono deboli e vecchie le forme con cui lo si nomina e narra. Siamo deboli noi professionisti, che attendiamo una legittimazione esterna non ben definita.

Sicuramente esagero e lo faccio in modo provocatorio, ma è ora di prendere coscienza che facciamo fatica a prendere parola nel “nostro” mondo e che sui grandi temi del vivere e abitare il pianeta non abbiamo voce in capitolo. Stiamo arredando il tunnel dal quale dovremmo uscire e iniziamo a starci comodi.  E’ sotto gli occhi di tutti, non esiste dibattito pubblico che veda presente e centrale il pensiero educativo e pedagogico, anche quando sembrerebbe scontato. Di luoghi, di periferie, dell’abitare, di coesione sociale ne parlano architetti e urbanisti insieme a sociologi e antropologi; di famiglie, differenze di genere, ruoli e relazioni ne parlano psicologi, neuropsichiatri, sacerdoti e avvocati; di devianza, rapporti inter generazionali, cambiamenti e trasformazioni sociali e culturali ne parlano criminologi, sociologi, filosofi, politici, artisti e intellettuali. Potrei continuare ancora, con la certezza di generalizzare ma senza allontanarmi più di tanto dal dato reale di partecipazione al dibattito. Sento la necessità di una presa di coscienza che “attivi”, altrimenti temo di dovermi fare una scomoda domanda, alla quale ho già una risposta:

cosa rimane in rappresentanza del lavoro educativo? Una grossa Tata televisiva, che al suono di una sirena all’interno di un luogo non ben definito abitato da bambini e bambine, parte alla volta di una famiglia richiedente aiuto. Approda solitamente in luoghi e case non evocativi di disagio tuo-court, si presenta e, dopo essere entrata con al seguito due o tre cameraman, si appiccica al muro e inizia il suo intervento con la fatidica frase: “fate finta che io non ci sia”.

Ecco, spero non diventi la frase più rappresentativa del nostro mondo professionale.

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One Comment

  1. ciao Christian,
    condivido pienamente.
    e rilancio:
    credo che abbiamo anche il dovere di costruire occasioni di confronto con altri. perché diventiamo potenti (paradigmaticamente) quando entriamo in relazione.
    continuo ad essere esterrefatta del programma di scienze pedagogiche (magistrale) dell’università di Bergamo: oltre al titolo e ad un esame, non c’è traccia di pedagogico. dunque, io magari qualche connessione la trovo, ma se neppure l’università dà questa possibilità di “far parlare il pedagogico” credo che abbiamo anche la responsabilità di creare contenitori che permettano di parlarne, di confrontarsi, di aggiornarsi, di esplorare pensieri e paradigmi che prendano in esame e abbiano una ricaduta sulla pratica educativa.
    di questo, io credo, si senta l’esigenza.
    Snodipedagogici è nato da quest’onda, con questa idea.
    rimane una possibilità di parlare “al nostro interno” e con professioni limitrofe. la sfida grande, il “salto da chela” è il confronto con altri. e sul web è possibile. difficile ma possibile. ma le possibilità sul web non escludono le relazioni fisiche, gli incontri formativi fatti di incontri, di parole di cui, francamente, sento la necessità.
    e da questo post, credo di non essere l’unica.

    grazie!

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